Oh mamma, dolce mamma!

Oh mamma, dolce mamma!
Lavorando come operaio in una piccola carrozzeria mi guadagno uno stipendio da fame per cui, nonostante abbia già ventotto anni, non riesco ad andarmene da casa.
Non è che ci viva male, però mi piacerebbe tanto avere una casa tutta mia.
Ad ogni buon conto la situazione presenta indubbi vantaggi: mamma lava e stira la mia roba, mi prepara dei buoni mangiarini, e quando può mi vizia anche un pochino.
Quando mi sveglio, per esempio, mi porta sempre il caffè a letto. Non appena sente suonare la mia sveglia arriva in camera mia con la tazzina fumante e la cosa mi fa un gran piacere. Viene in camicia da notte e quando si abbassa verso di me per accendere il lume del mio comodino e porgermi il caffè il suo odore – un misto di letto, di figa e di profumo francese – mi colpisce le narici, e dalla scollatura vedo l’attaccatura delle sue tettone, così invitanti che ci tufferei una mano dentro.
Io appena sveglio ho sempre la canna dura e spesso mi faccio trovare senza lenzuola in modo da poterle mostrare il rigonfiamento che segna i calzoni del mio pigiama.
Mia madre non è certo una puritana ma quando vede il mio cero ritto che punta contro la stoffa del pigiama mi da un buffetto sulla guancia.
Copriti, mi dice, non fare il cretino. Se ci tieni tanto a mostrare la tua mercanzia fallo con qualche tua amica, non con tua madre.
Io mi bevo il mio caffè senza neppure risponderle e tutto finisce lì.
Giorni addietro, però, è capitata una cosa strana.
La scena era sempre la stessa, ma quel giorno mia madre invece di redarguirmi mi ha guardata con aria sconsolata senza dire nulla.
Che c’è mamma? le ho domandato, qualcosa non va?
Nulla, caro, nulla. E’ solo che tuo padre ultimamente…
Ultimamente, cosa?
Bè, ecco… sono diversi mesi che… come dire… non siamo più marito e moglie. Non mi guarda più, non si interessa più a me quando siamo a letto… bè, non succede nulla. Ho proprio paura che tuo padre abbia un’altra donna, magari una collega d’ufficio. E’ cominciato tutto quando nel suo reparto hanno assunto quella nuova segretaria.
Ma no, mamma, cosa dici, figurati se il babbo ha un’altra donna. Stai tranquilla. Magari state solo passando un brutto momento.
E, così dicendo, mi sono messo a sedere sul letto e l’ho abbracciata stretta per cercare di consolarla.
A quel punto lei è scoppiata a piangere e mi ha stretto forte a sé. Che dire, devo essere proprio un maiale, ma in quel momento a tutto ho pensato fuorché ai suoi problemi coniugali. Sentivo le sue tettone, ancora belle sode, premere contro di me ed il suo odore di letto ancora caldo pervadermi le narici e mi sono ritrovato con una erezione pazzesca.
Non piangere, mammina, le dicevo, e intanto le carezzavo le spalle nude.
Seduta sul bordo del mio letto lei si lasciava consolare e quando la mia mano è passata dalle sue spalle alle sue gambe non ha detto nulla.
Solo quando la mia mano si è insinuata sotto la sua camicia da notte ed ha iniziato a risalire verso le sue cosce – mia madre ha ancora due gambe stupende, lunghe e snelle – mi ha bloccato.
Basta così, ha detto, è meglio che vada.
Quando sono andato in bagno ero talmente eccitato che prima di farmi la barba e la doccia ho dovuto spararmi una sega facendomi una lunghissima sborrata nel lavandino e per tutto il giorno non sono riuscito a togliermi dalla mente quei pochi attimi di intimità con la mamma.
Il giorno seguente dovevo fare il turno pomeridiano in carrozzeria, così mi sono svegliato più tardi e quando mamma è venuta a portarmi il caffè mi disse che mio padre era già uscito.
Si era già lavata e vestita e invece di porgermi la tazzina ed andarsene come faceva di solito, si sedette sul bordo del mio letto.
Quando eri piccolo ti piaceva tanto dormire con me, mi disse mentre sorbivo il mio caffè, e quel fesso di tuo padre era geloso perché tu ti addormentavi sul mio seno. Ti piacevano le mie tettone!
Se è per questo mi piacciono ancora, dissi d’impeto.
Lei si mise a ridere.
Non fare il cretino, mi apostrofò.
Mi guardò sorseggiare la bevanda calda e quando le porsi la tazzina vuota fece per andarsene, poi ci ripensò.
Oggi vai più tardi al lavoro, mi disse con uno strano sorriso sulle labbra, stiamocene un po’ al calduccio tu ed io. Dai, fammi posto.
E, senza attendere la mia risposta, si sfilò il vestito e con solo il reggiseno e le mutandine si infilò sotto le coperte al mio fianco.
Il mio letto è ad una sola piazza ed in due ci si sta stretti, per cui fu inevitabile che i nostri corpi fossero in contatto.
Si sta bene qua sotto, disse tirandosi le coperte sotto la gola, oggi fa un freddo cane.
Il mio bambino, mi disse carezzandomi la testa, mi piaceva tanto tenerti stretta a me. Peccato che tu sia cresciuto.
Si era girata dalla mia parte e sentivo il suo alito caldo e profumato, e l’odore buono e femminile del suo corpo arrivarmi alle narici. Quasi senza accorgermene spostai la testa ed andai ad appoggiarla istintivamente sul suo seno, che il reggiseno lasciava per metà scoperto.
Così, bravo, mi disse lei carezzandomi dolcemente i capelli, come quando eri piccolo.
Si, però adesso ero grande, e dentro il pigiama avevo un’erezione da fare paura. Sperai che non se ne accorgesse.
Vieni più vicino, stringimi, mi disse poi, ho bisogno di calore.
Feci come mi aveva chiesto e a quel punto fu inevitabile che lei si accorgesse del mio cazzo duro che, attraverso il cotone del mio pigiama, premeva contro il suo fianco nudo.
La vidi fare una faccia strana e di colpo si scostò un poco da me, ma subito dopo riprese la posizione iniziale, col mio cazzo contro il suo fianco.
Ah, il mio bambino è cresciuto, la udii mormorare, accidenti se è cresciuto.
Confesso che stavo parecchio sulle spine e avevo il corpo teso come una corda di violino. Da una parte non mi pareva vero di averla nel mio letto in reggiseno e mutandine, dall’altra avevo paura di farmi una figura di merda.
Lei dovette capirlo perché riprese a carezzarmi la testa dicendomi di rilassarmi.
Stai tranquillo, mi disse, non essere così teso. Non c’è nulla di male se ce ne stiamo un po’ al calduccio tu ed io. Sono tua madre e so bene come siete voi giovanotti. Non mi da fastidio sentire il tuo coso, anche se è duro.
Così mi rilassai e lasciai che il mio cazzo duro, coperto solo dal sottile tessuto del pigiama, premesse liberamente contro il suo fianco nudo.
Mi rilassai talmente tanto che il mio viso a poco a poco affondò sempre di più nel suo seno e mentre lei continuava a carezzarmi dolcemente la testa, la mia mano si appoggiò sulla sua pancia nuda ed iniziai a massaggiargliela.
E’ piacevole stare così, mi sussurrò, mi piace farmi massaggiare la pancia. Hai un tocco delicato.
Le sue mutandine dovevano essere davvero minuscole perché scendendo con la mano potei sentire l’attaccatura del pelo e, visto che lei non protestava, mi soffermai in quella zona.
Con l’altra mano intanto avevo raggiunto le sue cosce ed iniziai a massaggiarle anche quelle.
Ora la mamma aveva smesso di carezzarmi la testa e teneva gli occhi chiusi. Si stava godendo il massaggio e notai che il suo respiro si era fatto leggermente più pesante. Notai anche, cosa che fece dare al mio cazzo un ulteriore guizzo di vitalità, che sotto le lenzuola aleggiava un piacevole odore di femmina, un buon sentore di figa, come se la mamma si stesse bagnando.
A mano a mano che proseguivo nel mio massaggio sentivo il suo respiro farsi sempre più affannoso e crescere quel profumo di figa, nel frattempo mia madre aveva divaricato le gambe ed intuii che desiderava farsi massaggiare l’interno delle cosce.
Fingendo di non farlo apposta sfiorai con le dita le sue mutandine e mi accorsi che erano umide.
La mamma stava dunque godendo e quel pensiero mi colpì come una folgore; dovetti fare ricorso a tutta la mia forza di volontà per non strapparle mutandine e reggiseno e continuare invece quel casto massaggio.
Non so se la feci venire; se venne lo fece in silenzio, senza farsene accorgere. So solo che alla fine di quel massaggio avevo il cazzo duro da scoppiare, le palle doloranti ed il pigiama tutto bagnato dalla bava che era colata dal mio cazzo.
Girandosi verso di me lei se ne accorse.
Hai il pigiama bagnato, mi disse a bruciapelo, sei per caso venuto?
No, mamma, cosa dici!
Eppure il tuo pigiama è tutto bagnato, lo sento. E’ colpa mia, mi dispiace, ti ho fatto eccitare. Non ti fa bene stare così.
Dai, mi disse, dopo qualche secondo dandomi un bacio affettuoso sulla fronte, adesso la tua mamma ti da una mano.
E così dicendo scostò d’un colpo lenzuola e coperte e mi abbassò i calzoni del pigiama.
Non puoi stare in questo stato, disse guardando il mio cazzo duro che, finalmente libero, svettava davanti al suo sguardo.
Fai tu o faccio io? mi domandò.
La guardai ammutolito.
Va bè, allora faccio io.
Seduta sul letto a gambe incrociate mamma mi tirò una sega, la più bella sega della mia vita.
Mi permise anche di slacciarle e toglierle il reggiseno e mi lasciò giocare con le sue tettone mentre la sua mano destra, calda e morbida, scorreva veloce sul mio cazzo e la sinistra giocava alternativamente con i miei coglioni doloranti e con i miei capezzoli.
Avvertimi quando stai per sborrare, mi disse, non vorrei che tu mi innaffiassi.
Purtroppo non la innaffiai ma mi feci una sborrata pazzesca, una sborrata lunghissima e abbondante.
Eccola, mamma, eccola, sto per sborrare, l’avvertii quando sentii il piacere risalirmi dai lombi.
Guardami, mamma, guardami mentre sborro, urlai quando sentii partire i primi schizzi.
Sborra, piccolo, sborra tanto, sborra più che puoi, fai vedere a mamma i tuoi spruzzi, falle vedere una bella sborrata. Svuotati, svuotati più che puoi.
Mi fece godere mamma, cazzo se mi fece godere!
Da allora quando mi porta il caffè al mattino non viene più a sedersi sul bordo del mio letto, però mi guarda sempre con un’aria strana.
Io credo che prima o poi tornerà ad infilarsi sotto le coperte con me.
Speriamo che faccia di nuovo tanto freddo!

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