Così diventai una puttanella (2)

Così diventai una puttanella (2)
Si era svegliato, mi aveva vista con gli occhiali, per un istante aveva intercettato il mio sguardo assorto, concentrato sul suo sesso.
“Fa caldo, non riuscivo a dormire”, balbettai tentando di imboccare un’improbabile scappatoia.
“Non ti preoccupare, anche a me piacciono le tue tettine”, sorrise lui, tirandosi fuori dal sacco a pelo fino alle caviglie. Rimasi letteralmente a bocca aperta per le dimensioni di quel coso, in quel momento solo semirigido, che aveva tra le gambe. Se ne accorse subito.
“Mi piace dormire nudo, lo sai. E anche a te piace”.
Mi posò una mano sul petto, la mosse lievemente, in maniera sensuale, come a frugare, a rovistare in cerca dei segni della mia eccitazione, indovinò i contorni dei capezzoli che si erano fatti appuntiti, schizzando immediatamente verso l’alto: contrariamente alle mie abitudini in situazioni del genere, non opposi la mia solita, falsa resistenza ma rimasi immobile, gli occhi bassi, a guardarmi la punta dei piedi, anche se riuscivo a indovinare, nella penombra, solo la puntina del mio pistolino che aveva risentito tanto della vista del suo arnese, quanto, adesso, delle sue carezze. Il cuore cominciò a galoppare; sembrava volesse saltarmi fuori, attraverso la gola. Con entrambe le mani prese i lembi inferiori della canottiera e io docilmente lasciai che mi spogliasse, arcuando leggermente la schiena per agevolarlo nel movimento. Rimase un attimo a guardarmi il seno, poi ci si tuffò, i capezzoli si erano inturgiditi come pazzi, le areole si erano dilatate già al contatto visivo con i suoi occhi, la sua lingua li assaporò entrambi, i suoi denti li mordicchiarono, le sue labbra presero a baciare la mia pelle inumidita dal sudore, una mano scese fino al mio inguine.
“Sì, decisamente ti piace il cazzo”, sorrise, tirandomi giù i calzoncini del pigiama e le mutandine e scoprendo il mio pisellino piccolo piccolo ma ritto; e mentre la mia mano cercava quella proboscide che gli penzolava dal pube, lui mi allargò le natiche e solleticò il mio buchino.
Spalancai le cosce come la troia che mi sentivo di essere, lasciando che giocasse con la mia intimità più profonda, violandola piano piano e facendomi comunque sussultare; e mentre la sua lingua succhiava il nettare del mio seno come gli dei bevevano dalle coppe porte dagli eunuchi il migliore vino dell’Olimpo, risentii le sensazioni già provate mesi prima, ma la tenda era un’alcova vera, non era la mia stanza, in cui furtivamente avevo perso l’innocenza lasciando che il mio amore mi spogliasse per la prima volta e facendo sesso con lui prima in piedi, poi seduta sulla sedia, sempre a bocca e cosce spalancate ma con i vestiti addosso, infine in ginocchio; con Fabrizio l’intimità del materassino, dei sacchi a pelo e della tenda che ci nascondeva al mondo era più intensa e profonda e mi s**tenava pensieri stupendi e sconci da morire, sentivo il suo pisellone che si faceva di acciaio, avvolto dalla mia mano affusolata che lo menava su e giù e in un attimo me lo avvicinò alla bocca e ce lo infilò dentro, “succhia, piccola mignotta, avanti”, e di nuovo ricordai e mi diedi da fare, il pompino era la mia specialità, mi ero esercitata più volte e lui rimase sorpreso, gli venne durissimo tra le mie labbra e sotto i colpi della mia lingua, mi lasciò succhiare e gli piaceva da impazzire mentre lo leccavo lungo l’asta e poi trangugiavo di nuovo la sua cappellona turgida e violacea, mugolava tenendomi una mano tra i capelli mentre il suo cazzo spariva dentro la mia bocca, arrivandomi fin quasi in gola, mi dettava il movimento come il mio amore grande e pensai che non avrebbe resistito a lungo, che pure lui, come il mio giovane e inesperto primo amante, sarebbe venuto subito e lo avrebbe fatto anche lui dentro la mia bocca, mi preparai a ingoiare il suo seme, sentendolo ansimare e aumentare il ritmo, invece mi sorprese, Fabrizio non lo amavo ma sapeva come amare.
Si staccò da me, mi prese per le ascelle e le braccia e mi tirò completamente fuori dal sacco a pelo. Mi ritrovai a faccia in giù, sul materassino che odorava di piedi sudati, sentii la sua cappella enorme che pressava sul mio buchetto, lui che ci sputava su per lubrificarla, un dolore incredibile all’inizio della penetrazione, la sua mano che mi tappava la bocca per impedirmi di gridare, però mi faceva male, un male cane, dovetti sculettare per cercare di agevolarlo, allargai il più possibile il culetto stringendo le ginocchia e facendo leva sul catino della tenda, no, questo non era mai successo, questo no, non lo avevo mai preso nel culo, fino a quel momento, non riusciva a tapparmi la bocca e allora ci mise la sua bocca, sulla mia, la sua lingua si allacciò alla mia, le mani corsero a mungermi le mammelle mentre io stavo nella dolce e sottomessa posizione della pecorina, sentii il pizzico delle sue dita sui capezzoli, sembrava che volesse spremermi il latte e intanto aveva sfondato, era dentro di me, mi stantuffava e muovendomi all’unisono con lui lo agevolavo nella scopata, mi stava scopando il culo, era sesso completo, finalmente, mi era entrato dentro profondamente e ci rimaneva.
Venne dentro di me dopo pochi colpi e qualche minuto e io gli venni nelle mani, insozzando tutto il sacco a pelo e il materassino, rimase dentro di me mentre gli si afflosciava e il suo sperma mi colava giù per le cosce, eravamo entrambi senza fiato e senza forze, “hai le tette, ti piace il cazzo e sei tutta femmina”, mi disse prima di sfasciarsi dal suo lato della tendina e di ripiombare gradualmente, in un silenzio irreale, nel sonno di prima.
Io rimasi distesa a pancia in giù, nuda e sporca, a ghermire il cuscino e a sentire l’odore dello sperma addosso e attorno a me. Pensavo ancora al mio grande amore, ai miei 15 anni violati, alla fuga che in fondo mi era riuscita a metà, visto che non mi ero tolta dalla testa il ragazzo che amavo, ma quella notte capii quanto fossi puttana, e questo era ancora più importante.

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