Le ripetizioni orali della puttanella (prima parte

Le ripetizioni orali della puttanella (prima parte
Lo schizzo arrivò improvviso, inatteso, dritto sugli occhi, accompagnato da un ululato di piacere, di liberazione, di godimento estremo, un gorgoglio prolungato e rumoroso, tanto rumoroso, un AAAAAHHHH che per me significò l’inizio di una nuova vita, o forse più semplicemente della vita.

Il prof era in piedi, tosto, sodo, ben piantato a gambe leggermente divaricate davanti a me, che stavo in ginocchio, come se avessi dovuto recitare una preghiera, si teneva l’uccello in mano e spremeva dalla cappella turgida e oscenamente nuda le ultime gocce, spalmandole sulle mie guance. Avevo riaperto gli occhi detergendo con le dita il suo seme, dopo lo choc iniziale, e li avevo alzati verso di lui, che dall’alto si godeva la scena della mia sottomissione, continuando a reggere con una mano il pisello grosso e tendente al progressivo ammorbidimento, mentre con la mano sinistra mi carezzava i capelli ed esercitava una lieve ma decisa pressione sulla mia testa, per spingermelo ancora in bocca e per farselo ripulire.

Cosa che, docilmente, avevo accettato di fare.

Dopo che si fu fatto leccare, strusciandosi il coso sulle mie labbra e sulla mia lingua, si piegò per recuperare i pantaloni che gli si erano arrotolati alle caviglie, rimise il suo uccellone dentro le mutande, riallacciò la cintura e tirò su la lampo.

Senza dire una parola uscì dalla stanza, lasciandomi sempre in ginocchio, i talloni sotto i glutei, il viso sporco del suo succoso latte dolciastro, le braccia stese in avanti, le mani aperte a tenermi le ginocchia fasciate dai jeans attillati, mentre sentivo che gocciolavo sperma dalle guance e da un punto compreso tra la fronte, le sopracciglia e le palpebre, ma ne avevo pure tra i capelli, certamente, e sentivo bagnato anche sulla camicia.

Prima di rimettermi in piedi, dopo aver passato le dita attorno agli occhi, per evitare che mi colasse dentro le orbite, avevo guardato la stanza in cui era successo tutto: c’era un pesante arredamento fin-de-siécle, un cassettone scuro e massiccio, alto quasi quanto me e pieno di cassetti, un armadio intarsiato dello stesso stile del comò, un tappeto alto e spesso su cui avevo poggiato le ginocchia, un letto alto e profondo e due comodini che erano le colonnette di una volta, quelle in cui stava il pitale per la notte. Nella penombra si scorgeva il severo capezzale che sovrastava il letto e si sentiva l’insistito e assordante ticchettio di un orologio antico da tavolo. Di quel rumore però mi resi conto solo in quel preciso istante.

Se avessi dovuto misurare quanto era durato, avrei detto una decina di minuti, forse un quarto d’ora: il tempo di rompere il ghiaccio, di prendere quel minimo di confidenza che serviva, di sentire quelle sue mani grosse e però asciutte, rassicuranti, quasi, esplorare il mio corpo, carezzarmi – sia pure un po’ rudemente – il viso, pizzicarmi i capezzoli, facendoli inturgidire quanto bastava a soddisfare il suo orgoglio di maschio conquistatore, per poi spingermi verso il basso, in ginocchio.

Fra di noi non c’era stato nemmeno un bacio o una carezza, un gesto di tenerezza, nulla, né mi aveva proposto di metterci sul letto, comodi, magari anche intimi. Avevamo cominciato di là, nel suo studio, mi aveva messo una mano su una coscia, mi aveva fatto i complimenti per la mia avvenenza (“Di te ci si potrebbe innamorare”), mi aveva offerto una cosa strana, una cedrata (“Ci fa la pubblicità Mina, hai presente?”) e mentre sorseggiavamo la bevanda fredda mi aveva fatto una carezza, “non hai un pelo sul viso e non sai di latino, sei proprio un disastro”. Poi di nuovo la mano sulla coscia e istintivamente, per l’imbarazzo, avevo abbassato gli occhi e lo sguardo mi era caduto proprio là.

Lui se n’era accorto, aveva sorriso, mi aveva teneramente preso la mano destra e vedendo che, nonostante un certo disorientamento, non gliela rifiutavo, se l’era dolcemente portata proprio lì, dove stavo guardando io. Nemmeno da là la avevo ritratta: lo aveva già mezzo duro, grosso, lungo; lo sentivo al tatto, sotto la manina delicata, abbozzai il movimento della sega, lui gradì e gli si indurì ancora di più.

Fra di noi, sulla sua scrivania, c’era la banconota di 20 euro con cui gli pagavo l’ora di ripetizione di latino: aveva ragione, non sapevo nulla della sua materia, ma non riuscivo a capire mai se durante le lezioni balbettassi per la mia ignoranza o per il fatto che lui, il prof, mi piaceva veramente tanto e sentire l’odore della sua pelle e il calore del fiato a distanza così ravvicinata mi toglieva quasi il respiro. Mai avrei pensato però che un tipo come lui, che con i suoi 30 passati a me pareva vecchissimo e che aveva un aspetto curato da tombeur de femme, ci avrebbe provato con me.

E invece, senza dire altro, si era alzato e, sempre tenendomi per mano, aveva fatto strada verso la camera da letto. Lì le tende scure erano tirate, la persiana accostata in modo da lasciar filtrare solo qualche ritaglio di sole, e lui non aveva perso tempo. Si era messo davanti a me e, esercitando una lieve pressione sui miei omeri, mi aveva fatto scivolare verso il basso.

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